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SOLARIS



drammaturgia di Fabrizio Sinisi
da Solaris di Stanislaw Lem (Sellerio editore) e da Andrej Tarkovskij
e con il contributo dell'atelier d'écriture diretto da Laura Tirandaz all'Université d'Avignon

con Debora Zuin, Giovanni Franzoni, Antonio Rosti
regia di Paolo Bignamini

scene e aiuto regia Francesca Barattini
costumi Gerlando Dispenza
disegno luci Fabrizio Visconti
con le musiche originali di P.I.G.

organizzazione e produzione Carlo Grassi


ScenAperta Altomilanese Teatri

in collaborazione con 
Compagnia Lombardi-Tiezzi


Spettacolo realizzato all’interno della collaborazione transnazionale di:
Senses project: The sensory theatre.New transnational strategies for theatre audience building

Project co-funded by the Creative Europe Programme of the European Union

foto di scena: Stefania Ciocca 
si ringraziano:  Claudio Martino per la consulenza musicale; Barbara Negrini; INAF – Osservatorio Astronomico di Brera



Un astronauta proveniente dalla Terra giunge sulla stazione orbitante che ruota intorno al misterioso pianeta Solaris. Il solo ospite dell’astronave appare angosciato e stravolto: un suo collega è appena morto in circostanze oscure, mentre spaventose presenze popolano le stanze. L’astronauta, costretto a confrontarsi con il fantasma della giovane moglie morta anni prima, deve interrogarsi: queste “apparizioni” hanno una qualche spiegazione? Sono reali o mentali? Immagini della memoria o del desiderio? E in che rapporto sono con “l'oceano pensante” che ricopre il pianeta?
Ciò che (ci) manca è ciò che più incombe su di noi: sono proprio le rappresentazioni dei nostri fantasmi ad apparirci più vere della realtà. L'assenza diventa così presenza ed è quello che è irrimediabilmente perso a chiamarci. Scritto da Stanislaw Lem nel 1961 e portato sul grande schermo nel 1972 da Andrej Tarkovskij, Solaris è senza dubbio il capolavoro della fantascienza filosofica. Un mistero che turba e destabilizza lo spettatore sui temi dell’identità, del soggetto, del rapporto fra le percezioni dei sensi e quelle della memoria, ponendo la sempre radicale domanda su cosa sia veramente la realtà – e su chi siano davvero le persone che amiamo: ciò che esse sono, o ciò che vogliamo che siano? Inquietante eppure intensamente lirico, visionario e poetico, Solaris ci conduce nel punto più remoto dello spazio così come nell’abisso più profondo del nostro essere. Lo spettacolo inaugura, al Pacta Salone di via Dini a Milano, le rappresentazioni italiane del progetto Senses: The sensory theatre. New transnational strategies for theatre audience building - co-funded by the Creative Europe Programme of the European Union.
Successivamente Solaris sarà in tournée nei Paesi partner di Senses: Francia (Théâtre des Carmes, Avignone) e Romania (Teatrul Muzical Nae Leonard, Galați).



NOTE DI REGIA

I contenuti di Solaris sono noti soprattutto agli appassionati di cinema, per via del capolavoro di Andrej Tarkovskij, e ai lettori di Stanislaw Lem e dei romanzi di fantascienza. Raccontare questa storia a teatro significa per noi innanzitutto provare a riflettere sul valore di verità della rappresentazione: cosa è “vero” sulla scena? E quanto? Che natura hanno i misteriosi “visitatori” che compaiono sulla stazione orbitante agli astronauti? E per lo spettatore che sta assistendo a una messinscena, sono meno “veri” degli altri “veri” personaggi?
Abbiamo cercato di far convergere sul palco, in un percorso incrociato, le differenti nature dei personaggi: quella umana da una parte, e quella fittizia, composta da neutrini, dall'altra. Tutto lo svolgimento del nostro lavoro ruota intorno a questa esigenza di confronto con l'Altro, a questo reciproco avvicinamento.
Così è Harey, “doppione” sempre più umano della moglie dell'astronauta Kelvin, a chiedere agli uomini “veri” che cosa significhi essere “umani”.
Questa enorme domanda di senso ci dà le vertigini, e ci sporgiamo verso l'abisso di ciò che non conosciamo per provare a comprendere: sotto di noi c'è il mare di Solaris, spaventoso, magmatico, misterioso. Fuori di noi, verrebbe da dire. Ma l'acqua – elemento con il quale la nostra scena si confronta e si scontra - è come uno specchio: il riflesso ci restituisce l'immagine di noi stessi.
L' “altro” ci interroga , i visitatori sono come domande in carne e ossa, siamo posti di fronte alla nostra intimità più profonda, che spesso è spaventosa e insostenibile (come accade, in Tarkovskij, all'astronauta Ghibarian di Solaris e alla guida Porcospino di Stalker, entrambi suicidi per aver scorto le loro profondità più oscure). L'esito del percorso di Chris Kelvin è diverso: come dobbiamo considerare la sua scelta di restare sul pianeta Solaris? Una sconfitta, dettata da un'esigenza consolatoria, oppure una coraggiosa apertura al mistero? Con Tarkovskij, proviamo a indagare questa seconda, dolorosa, possibilità: una nuova prospettiva è in realtà un ritorno alla vita, in contrasto con la quotidianità ormai sterile dell'esistenza che l'astronauta conduceva sulla Terra. Solaris rappresenta così un tempo nuovo, capace di unire il cielo alla terra, una seconda occasione dove attendere nuovi “miracoli crudeli”, una speranza – fragile, ma necessaria – che resta la condizione essenziale perché la vita torni a essere tale.

Paolo Bignamini



L'ANNUNCIO A MARIA

di Paul Claudel
traduzione e adattamento di Fabrizio Sinisi
regia di Paolo Bignamini
con Matteo Bonanni, Alessandro Conte, Federica D'Angelo,
Ksenija Martinovic, Paola Romanò, Antonio Rosti
scene e aiuto regia Francesca Barattini
costumi Marco Ferrara
disegno luci Fabrizio Visconti
con musiche originali di P.I.G.
assistente di compagnia Federica D'Angelo
foto di scena Stefania Ciocca
produzione e organizzazione Carlo Grassi
un progetto di Gabriele Allevi, Paolo Bignamini, Luca Doninelli, Claudio Martino
ScenAperta Altomilanese Teatri – deSidera Teatro&territorio
in collaborazione con Teatro de Gli Incamminati

“L'annuncio a Maria” è un testo controverso: la passione quasi febbrile con la quale molti vi si sono accostati nel Novecento ha contributo all'aura del testo, ma ne ha al contempo cristallizzato i contenuti, le interpretazioni, le suggestioni culturali. Dentro a una teca di cristallo, lo ha imbalsamato ed esposto. Leggere con un distacco culturale e temporale questa drammaturgia consente oggi, forse, di ottenere un risultato sorprendente: più ci distanziamo dalla sedimentazione, e più ci appaiono veri e vicini i personaggi del testo. Questa verità, fatta di contraddizioni, emerge in particolare nelle figure più provocatorie del dramma, quelle il cui comportamento è leggibile alla luce di categorie che stanno al di fuori e oltre l'umano.
Infatti Violaine, Anne Vercors, Pierre di Craon, se privati della loro dimensione - per così dire - “verticale”, ci risultano dolorosamente incongruenti. Scelgono, in contrapposizione agli altri personaggi del dramma, una strada rischiosissima che appare di difficile da comprensione ai più.
Ma proprio questa loro “incomprensibilità” è quanto di più contemporaneo ci possa essere: una non-commensurabilità che sfida il senso comune e genera in noi un doloroso presagio nel quale specchiamo la nostra incompiutezza, e quindi noi stessi disperati, indefiniti, imperfetti.
Non serve altro per convincerci che “L'annuncio a Maria” debba essere affrontato come un testo umanissimo: la vicenda della giovane Violaine Vercors, che contrae la lebbra con un bacio casto dato all'uomo che sta per perdere per sempre, e accetta (e sceglie...) il misterioso percorso di sofferenza che le si spalanca davanti dopo essere stata ripudiata dal suo promesso  sposo Jacques, è soprattutto una storia d'amore...
Una storia così umana da suggerire quella spaccatura dell'animo dietro la quale possiamo scorgere la complessità dell'uomo che spaventa e destabilizza.
Sono questi i sentimenti che pervadono il “medioevo di convenzione” nel quale l'autore ambienta la sua narrazione, un tempo di incertezza, oscurità e spaesamento che non può non ricordare la nostra contemporaneità. Un tempo che abbiamo immaginato senza luce, un mondo nel quale il sole tarda a sorgere, e la notte persiste al di là di ogni ragionevole alternanza con il giorno.
Ci resta una luce piccola e fioca, quella delle stelle, alle quali dobbiamo tenacemente voler credere...
Destabilizzazione, incomunicabilità, incommensurabilità, ma anche speranza: questa la straordinaria eredità che ci lascia Paul Claudel a oltre un secolo dalla scrittura di questo testo. Specchio del Novecento e, oltre il Novecento, specchio nostro.

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SUONALA ANCORA, BOMBE

Memorie di un'elefantessa a Milano


di Marta Nijhuis
con Mario Cei
regia di Paolo Bignamini
video-installazione di Ahura-Mazdā (Anna Caterina Dalmasso e Marta Nijhuis)
aiuto regia Francesca Barattini
musiche originali di Le Jacobin (Jacopo Bodini)
organizzazione Carlo Grassi
ScenAperta Altomilanese Teatri

Suonala ancora, Bombe è la storia di Bombay, detta Bombe, un’elefantessa indiana giunta in Italia nel 1939 per diventare la milanese più amata da tre generazioni di bambini che l’hanno conosciuta nei pomeriggi trascorsi allo zoo dei Giardini pubblici di Milano. È la storia di un cacciatore bianco che avrebbe dovuto essere un aviatore, dei suoi lunghi viaggi avventurosi, dei suoi commerci straordinari, della sua strana amicizia con un pachiderma venuto da lontano, che suonava l’organetto e scrutava con grandi occhiali senza lenti le pieghe nascoste dell’animo umano. È, infine, la storia di una Milano vivace e aperta a una dimensione internazionale, del suo calvario negli anni sanguinosi del Secondo Conflitto, del suo dolore, della sua rinascita.

Suonala ancora, Bombe [Play It Again, Bombe] is the story of an Indian elephant who arrived in Italy in 1939 to become the most loved Milanese of three generations of children who have known her during their afternoons at the Public Zoo that used to be one of the city’s attractions. It is the story of a white hunter who was meant to be an aviator, of his adventurous voyages, of his extraordinary trades, of his strange friendship with a pachyderm coming from a distant land, who used to play the organ and observed from behind her large metal wire glasses the secret folds of the human soul. It is the story of a lively Milan, open to an international dimension, of its sufferings during the bloody years of the war, of its grief, and its rebirth.


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L’ÂGE MÛR NIÉ – Lettere di Camille Claudel

Drammaturgia di Maddalena Mazzocut-Mis
(da Corrispondenza di Camille Claudel - Abscondita edizioni)
Regia: Paolo Bignamini
In scena: Federica D'Angelo
Scene: Francesca Barattini
Aiuto regia: Francesca Barattini, Shantala Faccinetto
Consulenza drammaturgica: Chiara Pasetti – Foto: Ilaria Triolo
Organizzazione: Carlo Grassi
ScenAperta Altomilanese Teatri - Accademia di Alto Perfezionamento Artistico Musicale "L. Perosi"
in collaborazione con: Università degli Studi di Milano - Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali
Si ringraziano: Elena Russo Arman; Civita; Mireille Tissier

Creatrice di forme, Camille Claudel lavora con le mani e con il cuore, esprimendo una forza che la
reclusione nell’ospedale psichiatrico di Ville-Evrard, all’età di quarantotto anni, fa emergere con
tutta la potenza distruttrice e alienante. Sì, perché la decisione di non creare più è tanto forte, per chi
ha nella testa e nel cuore “del genio”, quanto quella di creare: forse di più.
Sorella di Paul, assai più noto poeta e drammaturgo, ha la capacità di stargli al fianco senza dover
competere: è scultrice.
All’Accademia Colarossi incontra Auguste Rodin, che le chiede di entrare nel suo atelier.
È l’inizio di una travagliata storia d’amore, forse la parte più nota della sua esistenza. Perché Camille
non crea solo forme, dà le sue forme alle sculture di Rodin e dietro al volto femminile dello
splendido e sensuale Baiser, eccola comparire… Ma lo stile di Camille non è quello del maestro.
Dal 1883 in avanti espone le sue opere a Parigi e il suo nome comincia a circolare.
Scolpisce L’Âge mûr, incarnazione della sua sofferenza, quando il sentimento per Rodin inizia a trasformarsi
in odio, odio infinito, insopportabile, folle.
«Delirio di persecuzione basato principalmente su false interpretazioni e false immaginazioni», la
sua cartella clinica. Muore sola.
Un primo studio teatrale, basato sul materiale drammaturgico ricavato dalle sue lettere, ha debuttato
il 21 novembre 2013 nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, a Milano: circondata della opere
della mostra “Rodin. Il marmo, la vita”, l'attrice Elena Russo Arman ha dato voce alla travagliata
esperienza biografica di Camille Claudel.
“ L’Âge mûr nié – Lettere di Camille Claudel” è l'evoluzione di quello studio: in scena, Federica
D'Angelo affronta un corpo a corpo con le parole delle lettere della scultrice, un dramma che si tinge
di aspirazione, sfrontatezza, passione, dolore.
Medusa che pietrifica con lo sguardo, sospesa tra i ricordi, la nostra Camille vaga tra le luci del suo
passato e chiama in causa il pubblico. Ci osserva: la sua vicenda, da biografica, diventa assoluta e
inchioda chi guarda alla responsabilità di spettatore.

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ESTRATTI DALLA RASSEGNA STAMPA

La Gorgone di Parigi 
In scena una Camille stanca di questa lotta per emanciparsi racconta e rievoca il suo passato, le discussioni col fratello Paul e i litigi coll’amante, con tutta l’energia e la freschezza che la giovane interprete Federica D’Angelo dona al personaggio, compito non facile dopo la profondità dell’interpretazione che Isabelle Adjani ne ha dato nella pellicola del 1988. Anche la regia coordina sapientemente musica e luci per rendere credibile ed efficace l’ambientazione surreale della pièce.
Giulio Bellotto, http://parlandodiultimaluna.wordpress.com/tag/camille-claudel/

Vite parallele di Camille Claudel e Antonia Pozzi. Artiste. Eroine?
L’attrice ripercorre le tappe del burrascoso rapporto tra i due artisti e poi della lunga degenza di lei in manicomio recitando brani di lettere. Ogni tanto s’infila nei capelli una spia luminosa, quasi a invocare una sorta di catasterismo (ovvero trasformazione in stella) per l’eroina che interpreta e nei momenti più intensi accompagna la languida Charlotte Gainsbourg in Time of the Assassins. Alla fine calorosi applausi dal folto pubblico, in gran parte composto da donne…
Saul Stucchi, http://www.alibionline.it/vite-parallele-di-camille-claudel-e-antonia-pozzi-artiste-eroine/

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VIDEO




LA CUCINA DELLE FAVOLE

di Paolo Bignamini
regia: Luca Cairati
con: Simona Lisco e Martina Rossi
organizzazione: Carlo Grassi
prodizione Teatro dei Navigli - ScenAperta Altomilanese Teatri

La Cucina delle favole è la nuova creazione teatral-gastronomica tratta dalle ricette del Teatro dei
Navigli e di ScenAperta Altomilanese Teatri.
Lo spettacolo immerge il pubblico in un sogno capace di riportarlo in una dimensione, ormai persa,
fatta di profumi, sapori e racconti: ci fa tornare indietro, in quegli anni in cui la cucina era uno
spazio senza tempo, il luogo dove i nostri nonni raccontavano meravigliose storie.
Due amiche alle prese con problemi sentimentali devono venire a capo di una difficile situazione:
riconquistare un fidanzato che se l'è data a gambe...
Attraverso il potere magico degli ingredienti presenti in cucina, ripercorrono il loro passato, fino a
raggiungere quel luogo mitico della memoria dove regna la magia delle favole.
Proprio laggiù, in quel lontano altrove del racconto, si nasconde la chiave che le aiuterà a risolvere
il pasticcio d'amore del presente.
Tecnica: teatro d'attore e di figura.

Fascia di età proposta: dai 6 anni.




LETTERE DI LUCILE D.

Vita immaginaria e morte pubblica di Lucile Desmoulins


da La morte di Danton di Georg Büchner
con Paola Romanò
drammaturgia e regia di Paolo Bignamini
scene e aiuto regia Francesca Barattini
organizzazione Carlo Grassi
assistente Shantala Faccinetto
Foto di scena Stefania Ciocca
ScenAperta Altomilanese Teatri / Pacta . dei Teatri / deSidera / Lis Laboratoio Immagine Sensoriale
in collaborazione con Università degli Studi di Bergamo
Con il Patrocinio del Comune di Milano
Progetto “Autunno Büchneriano”, con il patrocinio di Goethe-Institut Mailand e Provincia di Milano
Da un prezioso suggerimento di Amelia Valtolina

Solo il silenzio, dopo quella battuta: “Viva il re!”
E' un'antiparola, come la definisce Paul Celan ne Il meridiano: “ (...)  la parola che strappa il filo, (...) un atto di libertà (...)”.
Anne-Lucile-Philippe Duplessis sposa nel 1790 il giornalista rivoluzionario Camille Desmoulins.
Il loro testimone di nozze: Robespierre.
Pochi anni dopo, nel 1794, i coniugi Desmoulins vengono ghigliottinati a distanza di una settimana l'una dall'altro, Camille – accusato di essere dantonista - il 5 aprile; Lucile il 13 aprile.
La morte di Danton di Georg Büchner si conclude proprio con l'arresto di Lucile, la quale, al grido di “Viva il re”, “viene circondata dalle guardie e condotta via”.
Della settimana di solitudine che separa la perdita dal marito dalla perdita della vita, Büchner non scrive: è in questo immenso spazio bianco in calce al testo, in questa pausa di segno e di senso che si proveranno a cercare le parole della nostra azione teatrale.
Un viaggio in compagnia dell'opera di Paul Celan, il quale, sempre ne Il meridiano (discorso pronunciato proprio in occasione del conferimento al poeta del Premio Georg Büchner il 22 ottobre 1960), parla, a proposito di un'altra opera büchneriana, Lenz, di un ulteriore passo verso la radicalità della parola.
“Il suo “Viva il re” - ci dice Celan, parlando di Lenz/Büchner - non è più parola, è pauroso ammutolire, qualcosa che toglie a lui – e anche a noi – il respiro e la capacità di parlare”.
Il “pauroso ammutolire” di Lucile verso la ghigliottina è un grido, ma anche – tecnicamente parlando – un'ellissi verbale, un viaggio della parola “al margine di se stessa”. Quale vertiginosa prolessi di Novecento!
La nostra Lucile sarà così, a sua volta, accanto a se stessa: le sue lettere (d'amore, di odio, supposte, inventate, appositamente scritte) rappresenteranno la traccia di una biografia immaginaria, un monologo che vaga nel silenzio di un passato di accese passioni e che finisce in un presente – di nuovo - di silenzio.
Un silenzio che risuona dell'insostenibile vuoto della perdita.



NOTE DI REGIA

La lama della ghigliottina diventa una lettera che cala improvvisamente dall'alto, il fendente con il quale un mago seziona la persona nella scatola magica, il taglio dei coltelli da lancio.
Una vivisezione della rivoluzione, del dramma, dei suoi personaggi, che parte dall'ultima battuta del testo di  Büchner e lo ripercorre all'indietro (ma non solo) costruendo una drammaturgia tesa a esplorare le estremità della storia, le sue possibilità, i suoi limiti.
Lucile, mago e vittima del mago, vittima e carnefice di se stessa, tenta di salvare la vita del marito Camille, ghigliottinato una settimana prima di lei: cercherà di strapparlo agli inferi, come Orfeo con Euridice, esplorando un passato che ricostruisce lei stessa passo (indietro) dopo passo (indietro).
Un altrove che Lucile inventa, scavandolo nello spazio bianco del copione, con la disperazione di chi ha perso tutto; lo inventa pervicacemente, coazione a fallire. A tentare e fallire.
Un ritorno a un presente di consapevolezza amarissima, popolato di vittime, tante vittime, pesci piccoli e pesci grandi, accomunati da una sorte che appare priva di senso.
Insensatezza, amplificata dalla perdita dell'unica persona che non si deve perdere: quella amata.


IL PROGETTO

Il progetto Lettere di Lucile D. prevede un percorso di residenza teatrale estiva con laboratorio di drammaturgia e performance teatrale, in calendario a Meina (NO) dal 24 al 26 luglio 2013, organizzato da LIS Laboratorio Immagine Sensoriale.
Il debutto dello spettacolo sarà al Teatro Oscar di Milano nel mese di novembre 2013.
A conclusione dell'iniziativa, è prevista una replica il 4 dicembre 2013 durante la giornata di studi  all'Università degli Studi di Bergamo Anatomia della rivoluzione: Georg Büchner a teatro.

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Autunno büchneriano

con il patrocinio del Goethe-Institut Mailand e della Provincia di Milano

In occasione del bicentenario della nascita del grande scrittore e drammaturgo tedesco Georg Büchner, sia l'Università degli Studi di Milano che l’Università degli Studi di Bergamo organizzano convegni centrati sull'attualità della sua figura e della sua drammaturgia e alcune importanti realtà teatrali delle due città propongono in cartellone eventi e spettacoli ispirati a suoi capolavori come "La morte di Danton" e "Woyzeck".
Il progetto si articola nell’arco di tempo di tre mesi e intende mettere in luce l’interesse che le arti e la filosofia hanno dedicato, nel corso del tempo, alla scrittura büchneriana.
Nel Novecento  poesia,  teatro,  musica e cinema non hanno mai cessato di guardare  alla possente rivoluzione estetica  implicita  nelle opere di Büchner .
Il programma itinerante avrà inizio presso la sede di Milano il 23 e 24 settembre 2013 con il convegno internazionale Ricezioni di Büchner, tra interculturalità e intermedialità, curato dal prof. Marco Castellari e dal prof. Alessandro Costazza (Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere)  in collaborazione con Goethe-Institut di Milano e il Piccolo Teatro di Milano e con il patrocinio della AIG - Associazione Italiana di Germanistica.
L’8 novembre debutterà al Teatro Oscar di Milano, dove resterà in cartellone fino al 24 novembre, lo spettacolo teatrale Lettere di Lucile D. - Vita immaginaria e morte pubblica di Lucile Desmoulins, riflessione teatrale su La morte di Danton di Georg Büchner interpretato da Paola Romanò e con la regia di Paolo Bignamini: un esperimento per dare voce alla parola ammutolita di Lucile.
Successivamente, la celebrazione si trasferirà a Bergamo.
Il 4 dicembre 2013 si terrà la giornata di studi Anatomia della rivoluzione: Georg Büchner a teatro organizzata dalla Prof.ssa Anna Maria Testaverde e dalla Prof.ssa Amelia Valtolina (in collaborazione con il Dipartimento di  Lettere e Filosofia e il Dipartimento di Lingue, Letterature straniere e Comunicazione dell’Università degli studi di Bergamo e con il patrocinio del Goethe-Institut Mailand), un’occasione per riconsiderare oggi l’opera ancor sempre rivoluzionaria dello scrittore e per presentare materiali video inediti che a tale opera sono stati dedicati.
La giornata si concluderà con la rappresentazione dello spettacolo Lettere di Lucile D. a Bergamo.

IL RE SI DIVERTE

di Maddalena Mazzocut-Mis da Le roi s’amuse di Victor Hugo
rielaborazione di musiche verdiane di Azio Corghi
con Paola Vincenzi
regia di Paolo Bignamini
scene e aiuto regia Francesca Barattini
assistente Gloria Frigerio - foto di Stefania Ciocca
progetto realizzato con la collaborazione di Sara Sivelli e Claudio Rozzoni
nell'ambito del laboratorio “Dal testo alla scena. L'alfabeto delle emozioni”
tenuto all'Università degli Studi di Milano

Il misterioso sacco della morte dentro il quale scompare Triboulet alla fine de Il re si diverte è un buco nero dell'anima. La riscrittura del testo di Hugo a opera di Maddalena Mazzocut-Mis sposta il dualismo tra la figura di Bianca e quella del padre all'interno del confine del corpo di Rigoletto. Dilaniato da una scissione di un'anima bianca che lo può ancora salvare, ma la cui perdita lo porterà alla dannazione, Triboulet cammina sul filo pericoloso del rischio estremo: procrastinare un passo più in là l'assoluzione di se stesso e, contemporaneamente, concedersi un giorno in più di perdizione.
Molto presto sarà troppo tardi.
Il Rigoletto che vediamo in scena è qualcuno che assomiglia a noi, che ci giudica e ci suggerisce una sfumatura inquietante della nostra anima.
Informe, come senza forma è ogni spiritualità, sembra sibilare al pubblico: nessuno è salvo, nessuno è al sicuro. Nessuno di voi. Nessuno di noi.
Questa insicurezza, questa perdita di innocenza, questa colpa ci pervade e, nello specchio della scena – più vera del vero, più reale della realtà, come ben sa Amleto – ritroviamo la nostra anima, che credevamo Bianca.


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UN SOGNO - A midsummer night's dream

da William Shakespeare
drammaturgia di Maddalena Mazzocut-Mis
regia di Paolo Bignamini
con Manuele Colamedici, Federica D’Angelo, Ksenija Martinovic
scene e aiuto regia Francesca Barattini - assistente Shantala Faccinetto
organizzazione Carlo Grassi
con la collaborazione di Michele Bertolini, Pietro Conte, Claudio Rozzoni, Sara Sivelli
Foto di scena di Stefania Ciocca

In scena tre attori al servizio di una riscrittura del testo shakespeariano che tenterà d’indagare la metateatralità estrema della drammaturgia, insieme al risvolto più disilluso e amaro delle relazioni amorose.
Cosa resta del sogno al netto dell’inganno dei sensi? Una goffa rappresentazione tragica, che ci fa ridere di un riso amaro e definitivo.
Agli ordini di un Puck rivisitato in chiave romagnola, un Mazapegul che dirige un set di quart’ordine, due improbabili attori di b-movie interpretano tutti i ruoli del Sogno.
Dal “camerino metafisico” dove prendono forma e vita i personaggi, si monta e si smonta un intricato intreccio imperniato sulla dolorosa storia d’amore di Ermia e Lisandro, sulla loro coazione a ripetere il crudele rapporto di vittima e carnefice che li avvince e li separa.
Così, con Elena e Demetrio, con una fata e un muro antropomorfi, con oggetti eterei che ci portano in
un’atmosfera sospesa e ingannatrice, il dispettoso Mazapegul tesse la quotidiana trama di uno spettacolo dell’uomo e dei sentimenti che rimanda a oltranza il suo compimento e lascia in bocca l’amaro sapore dell’insoddisfazione.

NOTE
Lo spettacolo è nato all’interno di un percorso scientifico che ha avuto come fulcro un progetto sostenuto da Fondazione Cariplo dal titolo: SENSI/TEATRO/FILOSOFIA. Strategie di comunicazione nei luoghi di cultura per educare e stimolare il pubblico giovane alla fruizione teatrale e si è costruito interfacciandosi costantemente con gli studenti dell’Università degli Studi di Milano, durante laboratori ad essi dedicati.

ScenAperta Altomilanese Teatri
in collaborazione con
Università degli Studi di Milano (Dipartimento di Filosofia e Dipartimento di Beni culturali e ambientali)
CSBNO - Consorzio Sistema Bibliotecario Nord-Ovest
Fondazione Collegio delle Università milanesi
con il contributo di Fondazione Cariplo

UN SOGNO è andato in scena a Milano al Teatro I (16/21-5-2013) e al Teatro Oscar (26/30-11-2014). Tra gli spazi che lo hanno ospitato in tournée: Teatro Zeta, L’Aquila; Teatro Ca’ Foscari, Venezia; Teatro Casinò, Sanremo; biblioteche del circuito CSBNO.


ESTRATTI DALLA RASSEGNA STAMPA

“Amleto” e il “Sogno” è sempre Shakespeare ma destrutturato
In «Sogno» ci sono solo tre attori che indagano in chiave metateatrale ciò che resta del pulviscolo onirico al netto dell’“inganno dei sensi”. Come dice il regista, Paolo Bignamini, «rimane una goffa rappresentazione tragica, che ci fa ridere di un riso amaro e definitivo».
MICHELE WEISS - www.lastampa.it/2014/11/28/spettacoli/milano-in-scena/amleto-e-il-sogno-sempre-shakespeare-madestrutturato-HfNXvSoCSf2Rgemw50HH mO/pagina.html

“Un sogno”, la dimensione inquietante del teatro
Una coppia di attori interpreta la girandola di ruoli della piéce, che si fa sempre più frenetica e confusa man mano che un immobile Puck dall’orchesco nome di Mazapegul intreccia i destini di quattro amanti soffiando sui loro sentimenti.
E’ interessante come l’essenzialità di questo novello Shakespeare diventi pretesto per entrare nella testa di un ragazzo innamorato, Lisandro, l’amante di Ermia amata da Demetrio amato da Elena. Il sogno del giovane occupa l’intero palco, punteggiato da bianchi palloncini sospesi come nuvole di pensiero.
GIULIO BELLOTTO - paneacquaculture.net/2014/12/12/un-sogno-la-dimensione-inquietante-del-teatro/

IL SENSO DI…”UN SOGNO”
Le considerazioni sull’amore sono provocazioni, eccitazione pura. La sua accensione, in questa riscrittura
della commedia shakespeariana fatta da Maddalena Mazzocut-Mis, incendia di stimoli erotici la scena.
Filomena spolaor - www.nonsolocinema.com/Il-senso-di-Un-sogno_30739.html

A new dream
Lo spettacolo, portato in scena con la regia di Paolo Bignami, abbandona la usuale chiave onirica e
fiabesca, lasciando il posto a una scenografia minimale, con pochi oggetti d’arredo che mirano a ricreare un’atmosfera estraniata e ruvida da meta-teatro.
Il quartetto amoroso composto da Ermia, amata da Lisandro e Demetrio, a sua volta corteggiato da Elena, sono interpretati da due soli attori che interpretano tutte le parti del racconto, creando una situazione da soap opera, materializzando un racconto shaksperiano esilarante e a tratti goffamente erotico.
Mic hela Bottanelli - teatro.persinsala.it/un-sogno/12455

Ca’ Foscari: in scena il delirio del desiderio amoroso, da Flaubert a Shakespeare
Se l’amore per la Nannini era una camera a gas, per Paolo Bignamini, regista di questo “Sogno”, è solo gas, dell’elio che serve per gonfiare palloncini che poi finiscono chissà dove, e forse scoppiano quando incontrano una fonte di calore improvvisa.
RITA BORGA - www.klpteatro.it/ca-foscari-in-scena-il-delirio-del-desiderio-amoroso-da-flaubert-a-shakespeare

Un sogno. Dolori di una notte di mezza estate. Teatro I. Milano
Di fronte a “Un sogno” i nostri sensi hanno continui stimoli, favoriti dalla regia di Paolo Bignamini.
Ma quello che rende il sogno veramente tale è il continuo entrare e uscire dei personaggi da se stessi: è il loro vantaggio rispetto a noi, che le passioni le subiamo ad occhi aperti.
Andrea Meroni - www.artspecialday.com/un-sogno-dolori-di-una-notte-di-mezza-estate-teatro-i-milano/

Teatro i Milano: UN SOGNO, di Maddalena Mazzocut-Mis
Mazapegul, rivisitazione dialettale di Puck (Paola Vincenzi), diventa capocomico nella messa in scena del Sogno, dirigendo due giovani attori (Manuele Colamedici e Federica D’Angelo) a cui è affidata l’interpretazione di tutti i personaggi della commedia shakespeariana: un “teatro nel teatro” surreale, che mette in scena la macchina stessa del teatro e, al tempo stesso, il tema dell’amore nella sua drammatica carnalità.
Luca pietro Nicoletti - milanoartexpo.com/2013/05/18/teatro-i-milano-un-sogno-di-maddalena-mazzocut-misrecensione-di-luca-pietro-nicoletti/


FOTO





LA VOCE DI GIOCASTA

di Maddalena Mazzocut-Mis
musiche di scena di Azio Corghi e di Sergio Sorrentino
(tratte dal brano "De Nocturno Visu")
con
Annig Raimondi
Sergio Sorrentino, chitarra elettrica
regia di Paolo Bignamini
scene: Francesca Barattini
aiuto regia: Shantala Faccinetto
organizzazione: Carlo Grassi
foto di scena: Enzo Guardalà
ScenAperta Altomilanese Teatri - www.scenaperta.org
in collaborazione con Università degli Studi di Milano
si ringrazia: Pacta . dei Teatri - Addobbi Colombo

Giocasta, regina di Tebe, persa nelle stanze abbandonate dei ricordi, ricostruisce la sua esistenza,
cercando in essa un motivo per sopravvivere all’orrore. Incontra il figlio-marito Edipo, cieco e
imprigionato, e lo perdona, giustificando se stessa in una lunga, intima, disperata confessione.
“Non parlo per farti del male e non sarà lo strazio a trovare le parole, ma la pietà di una madre che
dice mentre nasconde”. Dopo il pianto di Edipo, ormai inerme e per questo fanciullo, Giocasta lo
prenderà per mano. Sarà i suoi occhi.
L’opera si inserisce nella tradizione italiana ed europea sia dal punto di vista letterario che musicale,
ma nello stesso tempo se ne allontana per alcune particolarità essenziali. In primo luogo il mythos è
narrato da una donna, madre e regina, nella tradizione edipica protagonista silenziosa. In secondo
luogo, tutta la vicenda è emendata dalle derive psicanalitiche che ne affollano le novecentesche
rappresentazioni. Nella drammaturgia Giocasta sopravvive all’orrore della tragedia familiare
ripercorrendo la propria vita in un monologo lucido e sofferto. È prima di tutto madre, madre di
Edipo e dei suoi quattro figli, e come tale si rivolge a un Edipo ormai cieco e inerme: “Parlo non per
farti del male e non sarà lo strazio a trovare le parole, ma la pietà di una madre che dice mentre
nasconde”. La narrazione di Giocasta comprende una parabola che inizia con la nascita di Edipo e si
chiude con la morte di Antigone. La maledizione che Edipo scaglia sui figli maschi si abbatte anche
sulle due figlie che si sacrificano per dare sepoltura a uno dei fratelli.
Una madre che silenziosamente conosce, da sempre, la verità e la cela, anche a se stessa, per non
perdere la gioia di essere moglie e madre. Una madre che riconosce la tragedia al primo sguardo e
ha il coraggio di mantenere quello sguardo, alto, fino in fondo. La Giocasta qui rappresentata non si
uccide, ma accoglie, non indaga, ma guarda finalmente con gli occhi della verità, occhi che saranno
poi quelli di Edipo.
Lo spettacolo ha debuttato al Teatro Franco Parenti di Milano nel mese di maggio 2014, e ha
partecipato, durante la stagione estiva, al Festival “Miti Contemporanei” di Reggio Calabria e
a deSidera Festival della Provincia di Bergamo.

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ESTRATTI DALLA RASSEGNA STAMPA

"La voce di Giocasta" esplode d'amore e strazio
Il testo emotivamente intimista di Maddalena Mazzocut- Mis è un lungo gemito d'amore. Paolo Bignamini scrive la sua regia sulla scena, arreda la stanza della memoria di gesti e segni taglienti come lame. Sceglie con partecipazione empatica di affidare la voce dell'infelice regina ad Annig Raimondi, capace di trascinare a ruota libera nei tortuosi corridoi mentali del labirinto di specchi (…) di Francesca Motta - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/a3lGo

(…) In definitiva si tratta di un sofisticato e ben riuscito tentativo di far parlare oggi i classici che, a
differenza di altri casi, non si dimentica del pubblico che lunedì sera ha dimostrato ampiamente di
aver apprezzato lo spettacolo.
Redazione di deSidera: http://www.teatrodesidera.it/mostra_recensione.php?cat=2&id_r=40


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LA BESTIA NELLA GIUNGLA

Progetto DurasLab - DonneTeatroDiritti
da una novella di Henry James - adattamento di Marguerite Duras e James Lord
Traduzione Paolo Bignamini
Regia Paolo Bignamini e Annig Raimondi
Con Annig Raimondi e Antonio Rosti
Scene e disegno luci Fulvio Michelazzi
Costumi Nir Lagziel
Produzione ScenAperta Altomilanese Teatri, PACTA . dei Teatri, deSidera - Teatro&Territorio
Con la partecipazione di NABA – Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, Triennio di Scenografia
foto Federico Buscarino

John, il protagonista, è un “giovane gentiluomo sensibile” che trascorre la propria esistenza nella convinzione che essa verrà sopraffatta prima o poi da un evento eccezionale che lui solo potrà riconoscere. Accanto all'uomo, condivide l'attesa una silenziosa compagna, Catherine, l'unica a conoscere il segreto di questa potente incombenza. Solo dopo la morte della donna, John si renderà conto che l'evento è già accaduto e che ormai è troppo tardi per recuperare la vita gettata nell'attesa vana. Il dolore si avventerà su di lui come una bestia nella giungla.
In scena, in uno spazio sospeso, neutro e quasi metafisico, rivive, in un lungo flash-back, la storia del protagonista, attraverso un testo dove si stratificano echi di scritture ottocentesche e novecentesche, da James a Duras passando per Marcel Proust.

“Nel 1962 Marguerite Duras si cimenta in questo lavoro di ri-scrittura della novella inglese di Henry James The Beast in the Jungle. Nel caso di adattamenti di testi di altri autori, incisivi sono gli elementi del vissuto durassiano riscontrabili all'interno dell'opera variata – come sottolinea Paolo Bignamini, traduttore e regista - : l'autrice cattura quel testo, se ne appropria, facendo da esso partorire un'originalità, un risvolto, una variazione spiazzanti”.

”Henry James scrisse La bestia nella giungla all’alba del Novecento. E’ uno dei suoi più celebri racconti, limpido e disperato. E’ il problema del vivere che viene disegnato con mano delicatissima. (…) Nel 1962, un’altra raffinatissima scrittrice Marguerite Duras colpita dal racconto ne trasse una piéce costruita alla perfezione, tramata con dialoghi sottili. Una pièce che ora, perla dimenticata e tratta dall’oblio, Annig Raimondi e Antonio Rosti, aiutati dalla chiara traduzione di Paolo Bignamini, fanno brillare. Uno spettacolo intenso, seducente; che impegna l’intelligenza dello spettatore”. (Domenico Rigotti, L’Avvenire)

MARGUERITE DURAS, pseudonimo di Marguerite Donnadieu, è nata il 4 aprile 1914, a Gia Dinh, in Cocincina, l'attuale Vietnam del sud. Dopo le scuole superiori a Saigon, lascia l'Indocina e dal 1932 si trasferisce a Parigi, in Francia, dove studia diritto, matematica e scienze politiche. Nel 1943 entra nella resistenza e dal 1944 al 1950 è iscritta al Partito Comunista. Sul fronte letterario riceve notevoli gratificazioni, sia dal punto di vista della difficile critica che da quello dell'altrettanto elitario pubblico francese. La Duras ha inventato una scrittura particolarissima, piena di silenzi e di risonanze interiori. Le sue opere sono nello stesso tempo racconti, poemi in prosa e sceneggiature. In gran parte della sua produzione si assiste alla distruzione della trama e alla rivelazione della vita interiore dei suoi personaggi attraverso un lavoro di scavo. Marguerite Duras è morta nel 1996 a Parigi all'età di ottantuno anni. Ha scritto 34 romanzi e diretto 16 film. Per la pellicola "India Song", del 1975, vinse il Gran Premio Accademico del Cinema francese.

Il Progetto DonneTeatroDiritti
Il progetto speciale DonneTeatroDiritti (DtD), ideato da Annig Raimondi, giunge quest’anno alla sua 5a edizione. Un progetto di rete, artistico e sociale, che parla di diritti e libertà e che quest’anno sviluppa il discorso Tra Palcoscenico e Potere al femminile, nei secoli: come il Potere ha influito sulla vita (intesa sia come ‘vissuto’, ma anche come palcoscenico propagandistico) e sulle opere di donne-autrici, militanti o comunque impegnate, scrittrici, artiste o studiose.
Scrivono diari, romanzi, biografie e autobiografie, pièce teatrali, rilasciano dolorose testimonianze, diffondono il loro sapere rischiando il linciaggio, ma anche, in epoca antica, arrivano al Potere e rivoluzionano, nel bene e nel male, l’immagine della donna.


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